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domenica 16 dicembre 2012

"Natale con semplicità" un dono da Baba Deca


Ciao a tutti,
come avete passato il fine settimana? 
Non preoccupatevi, non ci siamo dimenticate di voi e per dimostrarvelo ecco un'altro bel regalino da mettere sotto l'albero.
Per questo splendido dono dobbiamo ringraziare...

Barbara de Carolis in arte Baba Deca nasce in un ospedale romano dopo aver occupato il ventre materno per ben dieci mesi. Ultima di cinque figli, trascorre l’infanzia nella Roma degli anni ’80 tra biciclette, tanti amici maschi, film horror e partite a pallavolo. Frequenta il liceo artistico per sei anni (cinque sembravano pochi) e si laurea in Storia moderna e contemporanea. Mamma, vegetariana dall'adolescenza, ama il mondo del cinema e della letteratura fantastica a tutto tondo. Ha iniziato a scrivere per diletto, ha collaborato con La Repubblica, svariati quotidiani locali e on-line, occupandosi prevalentemente di recensioni e articoli a carattere culturale, ha pubblicato testi di narrativa, è presente in diverse raccolte di fantascienza. Attualmente si occupa di Risorse Umane per un importante Gruppo Editoriale e collabora con due blog letterari.

E ora, come sempre, andiamo a gustarci questo regalo.


Era l’antivigilia di Natale e Sebastian correva perché non c’era tempo per camminare.
Il treno sarebbe passato di lì a pochi minuti e la stazione era ancora lontana.
Pioveva con il sole, e questo lo divertiva da sempre, perché i suoi occhi di bambino trattenevano quella patina di stupore e meraviglia che poteva trasformare ogni cosa in un avvenimento straordinario. I suoi undici anni lo facevano sentire un semi dio; il tempo in cui tutto sarebbe cambiato e tutte le scelte, anche le più banali, avrebbero comportato inevitabili conseguenze, non lo vedeva nemmeno. L’età lo assisteva, e la maschera di ingenuità che celava gli errori di un ragazzo, avrebbe giustificato ogni suo gesto, in tutte le circostanze.
Aveva una vita davanti a sé, e una successione di istanti da vivere per giocare, crescere, sbagliare, imparare e per vendicare. Si, vendicare. Quel giorno le circostanze lo avevano indotto a pensare, per la prima volta nella sua esistenza, alla vendetta come a un concetto chiaro e palpabile. Vendicare il suo orgoglio ferito,
mettere a tacere l’inutilità delle offese declamate con tanta leggerezza. Vendicare: questa parola lo esaltava ed era la parola del momento.
L’odore della terra bagnata saliva diffondendosi nell'aria senza parsimonia, faceva freddo e le gocce di pioggia cadevano con delicatezza sui suoi occhi senza infastidirlo, le decorazioni di Natale distribuite sugli alberi e sulle facciate dei negozi lo inondavano di felicità, risvegliando in lui quella rassicurante sensazione di calore che associava da sempre alla magica ricorrenza. Tutto sembrava incantevole, se solo non fosse stato per quella maledetta voce che echeggiava nella mente con la stessa cadenza di un fastidioso suono campionato: “Sei stolto, mi ricordi proprio il titolo di un romanzo di Dostoevskij!”. Così aveva sentenziato il professore di italiano allontanandosi dalla classe al termine di una mortificante interrogazione nella quale Sebastian aveva dimostrato il peggio di sé; prontamente, il ragazzo, animato dal suo orgoglio di studente sfaccendato, si era collegato su internet dal computer della piccola sala d’informatica della scuola, seguito dall'intera classe.
“Chi è Dostoski, o come cavolo si chiama? E come si scrive? Dai aiutatemi” diceva Sebastian scuotendo la testa, agitando le mani e ridendo. “Dostaski, Dostieski, eccolo!” Una lunga biografia era a disposizione per conoscere la vita e le opere del grande scrittore e lo sguardo dei ragazzi si concentrò sui titoli dei romanzi,
Il giocatore, Umiliati e offesi, Delitto e castigo, quando qualcuno gridò alle sue spalle: “L’idiota, sì è l’Idiota!”. A quella voce se ne unirono altre: “Sì, l’idiota, Sebastian l’idiota!” cominciarono a gridare tutti senza esclusione. “Ridete pure, e. . . allora lui è. . . è questo” disse, indicando un altro titolo, fiero per la sagacia della sua battuta.
“Un pover'uomo, ecco cos'è lui, un pover'uomo!” ma nessuno rise. La battuta non era poi così divertente, o almeno, non come quella del professore. Sebastian era divorato dalla collera, non ammetteva di essere preso in giro dai suoi compagni per colpa di quello che lui aveva sempre definito un vecchio rimbambito. La campanella suonò, l’entusiasmo per l’inizio delle vacanze di Natale scoppiò manifestandosi nelle urla dei ragazzi. Lui uscì dall'aula, rientrò nella sua classe, prese lo zainetto e corse fuori dalla scuola.
Corse incontro al suo destino. La stazione era vicina e gli occhi di Sebastian non persero neanche per un istante l’arrivo del treno. Entrò nella stazione a una tale velocità che sembrava quasi che i piedi non toccassero terra. Le sue intenzioni era reali, era risoluto a porre fine al risentimento e per farlo doveva agire senza troppe remore. Raggiunse la banchina, si fece largo tra la folla, superò furente un uomo vestito da Babbo Natale che agitava un festoso campanello, il treno era a pochi metri, ancora un attimo, ancora un passo e ce l’avrebbe fatta, un ultimo sforzo. Arrivò di fronte a un uomo intento a ripiegare metodicamente il giornale e lo spinse con tutta la forza in suo possesso. 
Il treno si fermò, il campanello non suonava più, mentre il sangue, la materia cerebrale e gli avanzi del corpo dell’uomo, schizzarono in ogni dove, sui volti, gli abiti, i bagagli di chi vide tutto, e tra le tante grida di orrore che si alternavano scomposte tra la folla, si levò una voce rabbiosa ma sommessa: 
“Professore, chi è l’idiota ora?” 
La pioggia divenne neve, i fiocchi di neve si tinsero di rosso posandosi in una pozza di sangue in terra e lui rimase immobile a guardarli, amava il rosso, gli ricordava il Natale…
Il tempo avrebbe, comunque, continuato ad assisterlo; era solo un bambino e a sua disposizione c’erano tanti anni per riflettere sulle proprie azioni, per crescere, per comprendere e, infine, per espiare, come fanno gli adulti che vanno in galera, quelli che rubano, strappano la vita terrena, violano le esistenze altrui, ma poi si redimono e pagano il loro debito con la società. Niente di più semplice...espiare, questa parola lo esaltava, ed era stata eletta la parola del momento.



1 pensieri:

Antonio Lanzetta ha detto...

Bravissima! :)

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