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domenica 23 dicembre 2012
"Natale con semplicità" un dono da Anna Giraldo
17:27 | Scarabocchio di
Unknown |
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Buon pomeriggio a tutti,
manca pochissimo al Natale e noi siamo pronte a regalarvi un altro bel pacco, questo dono ci viene offerto gentilmente da...
Anna Giraldo, classe ‘72 vive da sempre in un paese della provincia di Mantova.
Dopo la Laurea in Economia e Commercio e il Master in Informatica gestionale si è occupata di consulenza informatica, attività che volge tutt’ora.Al lavoro affianca la passione per la scrittura sbocciata senza preavviso nel maggio del 2008.
Con Casini editore ha pubblicato 436 nel 2011 e Thunder + Lightning nel 2012, i primi due capitolo della saga urban fantasy “del giaguaro”.
Scrive anche molti racconti che “spamma” sul web e in alcuni casi sono stati pubblicati anche in cartaceo.
I suoi fiori all’occhiello: Il cerchio - classificato tra i primi 10 finalisti al concorso nazionale Fantastique 2010 indetto dal Fantasy Horror Award di Orvieto, sul secondo numero della rivista digitale Altrisogni e nell’antologia del Fantasy Horror Award 2010.
Mr. J. Walker Jr. - terzo nella prima edizione del concorso Una penna per Poe, edito in un ebook gratuito.
Dea gattara - quinto posto al concorso nazionale Le quattro porte di Pieve di Cento e quarto posto al concorso per la seconda antologia di Braviautori, edita a dicembre 2010.
Joe il sicario – nell’antologia I bastardi senza storia in memoria di Giovanni Buzi (Il Foglio editore).
È curatrice di antologie digitali: “Quistello in cerca… d’autore” (progetto patrocinato dalla Biblioteca e dal Comune di Quistello, 2011) e “I Robertson” (antologia di Black Comedy per il forum Pescepirata.it, 2012).
Per un periodo nel 2009 si è dedicata alla recensione cinematografica sul sito www.videogirl.it, mentre, dall’inizio del 2012, ha iniziato la collaborazione come freelance con la rivista Tutto qui & Dintorni e con Fantasy Planet.
Fa parte del comitato organizzativo del San Giorgio di Mantova Fantasy.
Il suo blog: www.annagiraldo.altervista.org
Bene, non ci resta che lasciarvi scartare questo splendido dono.
Pro tanto quid retribuamus?
La S.V. è invitata al Get on the boat Christmas Party 24 dicembre 2012
HMS Belfast
More London Riveside
London
La nave salpa alle 11.30 p.m.
È gradito l’abito lungo.
L’Afternoon Tea a Knightsbridge è giunto al termine. La jam session raggiunge il culmine.
Adoro servire ai tavoli quando la gente si dirada e rimane soltanto qualche gentiluomo profumato di sigaro o
un’elegante signora dalle lunghe mani curate avvezze più al mazzo di carte del bridge che ai lavori di casa.
Turisti curiosi ci guardano dal vetro come bambini davanti al negozio di giocattoli.
È stato in un momento come questo, ormai più di tre mesi fa: un bell’uomo attempato, capelli e barba candida, come l’impeccabile completo di panno, mi ha messo tra le mani un biglietto di invito. Senza una parola.
“Strano”, mi dico. “Di solito lo fanno per avere qualcosa in cambio. Tornano a riscuotere, molto presto”.
Invece questo signore, il cui ritorno, devo ammetterlo, mi avrebbe lusingato, non si è più fatto vedere.
Vado alla festa. Per incontrarlo.
Ho avuto tre mesi per pensarci, eppure mi sono decisa solo oggi a cercare l’abito da sera. Sarà il Natale, ma la metro stamattina era sigillata di folla, e l’aria nelle vie dello shopping era elettrica.
Ho camminato sconsolata nella bava sferzante di dicembre ormai decisa a rinunciare.
Poi eccolo lì, nella vetrina. Di raso rosso, in decolleté, incantevole.
Ho speso tutti i miei risparmi per quel vestito e ora sono impaziente di indossarlo.
Spengo le luci in sala. Rimangono i dodici alberi di Natale pieni di luccichii.
Mi cambio nel retrocucina ed esco.
Amo Londra e le sue strade rutilanti di addobbi natalizi, silenziose solo per questa notte.
Ascolto i miei passi rimbombare sull’asfalto, mentre fermo uno dei rari taxi ancora in servizio.
Mostro l’invito. Il taxista alza appena il volume di un cd di carole natalizie e parte senza una parola.
Il lungo-Tamigi è morbido come le curve di una bella donna mentre lasciamo alle nostre spalle il Parlamento, Strand, il Waterloo Bridge e su, su, costeggiando i bordi della City. Più avanti la Torre di Londra, e giù a sud, lungo il Tower Bridge in direzione del nuovo grattacielo svettante sopra Southwark.
Un bel marinaio mi attende sulla banchina e mi accoglie come se mi conoscesse.
Mi augura Buon Natale scortandomi sulla passerella.
Altri due marinai con le divise ricolme di mostrine fanno la guardia all’ingresso.
«Benvenuta e Buon Natale, madam».
Mi indicano la strada e già un altro ufficiale mi sta porgendo il braccio per condurmi in visita all’incrociatore.
All’interno gli allestimenti del Museo della Guerra sono stati tolti, ovunque ci sono grandi schermi a led che inquadrano i luoghi più importanti della città: Piccadilly Circus, Covent Garden, Buckingham Palace, il 30 di St. Mary Axe. Sul ponte di prua, dinanzi a un lungo buffet, un quartetto di fiati e un pianoforte intonano un pezzo jazz con influenze latine.
Capannelli di gente elegante, sparsi qua e là, si intrattengono amabilmente nel gorgoglio dei motori già in movimento.
Alle 11.30 in punto la sirena annuncia la partenza. La passerella viene ritirata e la nave, lentamente, abbandona la banchina.
Mi precipito a poppa, dove la musica arriva come un sussurro portato dalla brezza. La nave avanza, lasciando indietro la costruzione sghemba del Municipio, mentre il fianco rosso del London Bridge saluta da lontano.
Ma cosa sono quelle luci?
Una si alza sopra la Hay’s Galleria, una è lontana, sull’altra sponda. E poi bagliori rossi e gialli nel cielo della City.
Mentre la nave passa sotto il ponte levatoio del Tower Bridge, realizzo che non ci sono rumori, nessun suono, a parte il russare tenue dei motori di bordo e quella musica per pianoforte e sax, in lontananza.
D’un tratto la scia della Belfast si increspa di lato.
Nel buio compare inquietante il profilo di una nave antica.
Procede veloce e presto entra nel fascio di luce del faro di poppa.
È la Golden Hinde! Riconosco il muso dorato di cerva che adorna l’albero di bompresso del galeone ormeggiato da anni in una darsena di Southwark.
Ma cosa sono quelle esplosioni di luce gialla e rossa sulle rive tutto intorno?
La navigazione si fa spedita: costeggiamo Canary Wharf con i grattacieli di vetro infinitamente alti, e avanti ancora. Il cielo si riempie a tratti di grappoli di scintilli nei toni del rosso, come fuochi d’artificio monocolore.
Stiamo doppiando Greewich quando, con la mano alzata, saluto la città ormai distante. Sto per rientrare, ma dietro di noi, accanto alla Golden Hinde, compare un maestoso veliero.
Non ci posso credere.
La Belfast, la Golden Hinde e ora il Cutty Sark! Perché sono salpate assieme per lasciare Londra?
Un brivido mi assale all’ennesimo sfavillio nel cielo.
Nella sala di controllo trovo bella gente, stuzzichini, champagne, la musica più forte. Signore ingioiellate, uomini in tight e ufficiali fanno un cenno di saluto e mi augurano Buon Natale.
Sui grandi schermi le immagini sono ferme, come in attesa dell’autorizzazione a ripartire.
Sosto dinanzi a quello che mostra il Big Ben.
Una sirena annuncia la mezzanotte.
Il vociare si fa più alto, l’orchestra intona un pezzo con brio.
Agli strumenti si è aggiunta una voce, distinguo a malapena le parole: “Get on the boat!”. Sali sulla nave!
Lo schermo ricomincia a funzionare.
Un giovane in divisa mi domanda «È sicura di voler vedere, madam?».
Ma non termina la frase e già il Big Ben si sta afflosciando su se stesso in un nugolo di polvere. Poi è la volta del Parlamento alle sue spalle.
Come impazzita mi giro per vedere altri schermi: le piazze stanno andando a fuoco, i monumenti esplodono, i grattacieli si accasciano. In silenzio. Qui c’è solo la musica: “Get on the boat!”.
Sali sulla nave.
Indietreggio, ma i monitor sono ovunque… allora fuggo via, sul ponte di poppa, dove le parole si affievoliscono e la presenza del galeone, e del clipper, dietro la Belfast, un po’ mi rassicura.
Fa freddo. Le mie mani aggrappate alla balaustra sono ghiacciate.
Le luci in cielo e i fuochi si sono diradati con la distanza e sono scomparsi del tutto.
La nebbia è fitta.
Una bella signora vestita di azzurro viene al parapetto, mi dice che stiamo per entrare in mare aperto.
Una sirena lo annuncia.
La nebbia si squarcia e un’enorme sfera luminosa si allarga in un punto lontano a ovest deformandosi, fino ad appiattirsi e stendersi, come un sudario, sopra la città.
«Che spettacolo!» esclama la sconosciuta mentre la musica continua senza sosta.
Sento un tocco leggero sulla spalla.
Mi giro.
L’uomo del biglietto a Knightsbridge, in divisa, con le mostrine da Capitano, mi sta sorridendo.
«Buon Natale, signorina. Sarebbe così gentile da concedermi questo ballo?».
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martedì 18 dicembre 2012
"Natale con semplicità" un dono da Fiorella
20:25 | Scarabocchio di
Unknown |
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Ciao a tutti,
eccoci tornate per riempire il fondo del vostro albero natalizio, un nuovo regalino per voi, ad allietare questa serata sarà una persona che da poco collabora con "Alla fine del sogno", ma sicuramente non è conosciuta per questo :P
Bene, senza tirare troppo la corda, andiamo a scoprire di chi si tratta...
Rigoni Fiorella nasce nel 1969. Nel 2010 un suo racconto breve è stato pubblicato sul libro 365Il suo sito: http://www.fiorellarigoni.it/
STORIE CATTIVE. A settembre 2011 la rivista digitale Altrisogni ha pubblicato il suo racconto intitolato DUE GIORNI. A dicembre 2011 è uscita l’antologia horror NEL BUIO edita da Dbooks dove è presente con il racconto ASPETTANDO LA MORTE. A fine dicembre 2011 è uscito il suo primo romanzo MINON, edito da Ciesse Edizioni, scritto a 4 mani con Alexia Bianchini. Nel 2012 ha partecipato all’antologia D-DOOMSDAY edita da Ciesse, poi è uscito in e-book il racconto horror LA RACCHIA edito da Sogno Edizioni.
Ed ecco a voi il suo splendido regalo!
Il buio avvolgeva il maniero e il silenzio era totale.
L’eterea presenza svanì lungo il corridoio. Nessun rumore accompagnò la sua dipartita.
Appariva di tanto in tanto, vagando per le stanze del vecchio castello. La sua presenza inquietante rendeva la vecchia dimora un posto non gradito ai più. Eppure la bella fanciulla non faceva nulla di male, si limitava a percorrere le grandi camere senza proferire parola, almeno fino alla vigilia di Natale.
Il signor Bonti, l’anziano proprietario, si era abituato a vederla. Erano solo tre anni che vi abitava stabilmente, ma non credeva alle tante chiacchiere che la gente del paese faceva sul fantasma.
Non aveva mai udito rumori molesti, nemmeno le grida orribili che parevano funestare l’aria nella notte di Natale. Forse però ciò dipendeva dal fatto che il periodo delle vacanze natalizie lo passava in casa della figlia, in compagnia dei quattro nipotini. In verità questo era il primo Natale che trascorreva nella vecchia magione, ma la cosa non lo spaventava affatto.
La bellezza della giovane era notevole e lui se n’era invaghito. Il viso scarno e pallido dell’evanescente figura rispecchiava la tristezza che ne pervadeva l’animo. Si diceva fosse Angelica Monfredi, l’unica figlia del conte Monfredi, colui che aveva fatto costruire la vecchia dimora nel lontano 1850.
Era morta in modo orribile nel 1875 all’età di 20 anni, pochi giorni dopo l’annuncio del suo fidanzamento.
Il vecchio signore aveva cercato ogni informazione possibile sulle famiglia Monfredi. In particolare su Angelica, ormai diventata una presenza costante nella sua vita, ma non aveva trovato molto. Le notizie di quell’epoca erano frammentarie.
Nelle lunghe notti insonni aveva provato a interrogarla ma la sfuggente figura non aveva mai risposto alle sue domande. Il suo bel viso si era rabbuiato mentre svaniva per cercare di scappare alle insistenze con cui l’uomo la circuiva.
L’eterea presenza svanì lungo il corridoio. Nessun rumore accompagnò la sua dipartita.
Appariva di tanto in tanto, vagando per le stanze del vecchio castello. La sua presenza inquietante rendeva la vecchia dimora un posto non gradito ai più. Eppure la bella fanciulla non faceva nulla di male, si limitava a percorrere le grandi camere senza proferire parola, almeno fino alla vigilia di Natale.
Il signor Bonti, l’anziano proprietario, si era abituato a vederla. Erano solo tre anni che vi abitava stabilmente, ma non credeva alle tante chiacchiere che la gente del paese faceva sul fantasma.
Non aveva mai udito rumori molesti, nemmeno le grida orribili che parevano funestare l’aria nella notte di Natale. Forse però ciò dipendeva dal fatto che il periodo delle vacanze natalizie lo passava in casa della figlia, in compagnia dei quattro nipotini. In verità questo era il primo Natale che trascorreva nella vecchia magione, ma la cosa non lo spaventava affatto.
La bellezza della giovane era notevole e lui se n’era invaghito. Il viso scarno e pallido dell’evanescente figura rispecchiava la tristezza che ne pervadeva l’animo. Si diceva fosse Angelica Monfredi, l’unica figlia del conte Monfredi, colui che aveva fatto costruire la vecchia dimora nel lontano 1850.
Era morta in modo orribile nel 1875 all’età di 20 anni, pochi giorni dopo l’annuncio del suo fidanzamento.
Il vecchio signore aveva cercato ogni informazione possibile sulle famiglia Monfredi. In particolare su Angelica, ormai diventata una presenza costante nella sua vita, ma non aveva trovato molto. Le notizie di quell’epoca erano frammentarie.
Nelle lunghe notti insonni aveva provato a interrogarla ma la sfuggente figura non aveva mai risposto alle sue domande. Il suo bel viso si era rabbuiato mentre svaniva per cercare di scappare alle insistenze con cui l’uomo la circuiva.
Il corpo di madamigella Angelica era stato trovato nella biblioteca la vigilia di Natale. La ragazza era seminuda. Le avevano legato le mani dietro la schiena e la sua pelle presentava ferite ovunque.
Il viso era stato orrendamente sfigurato e le era stata strappata la lingua. Chiunque l’avesse ridotta in quel modo doveva volerle un gran male.
La servetta che l’aveva rinvenuta era scappata urlando. L’avevano trovata mentre vagava sul sentiero che portava al paese dopo un paio d’ore. Aveva gli occhi sbarrati e recitava il rosario in preda alla disperazione.
Il padre non riusciva a darsi pace per l’accaduto. La madre invece era corsa in chiesa a pregare certa che la scomparsa dell’amata figlia fosse da imputare al diavolo in persona.
Il corpo di Angelica era stato ricomposto e adagiato nel suo letto per la veglia funebre. Il viso era stato celato da un velo scuro e le sue membra devastate erano state coperte dal suo più bell’abito.
Accanto al letto erano stati accessi quattro enormi ceri che spandevano la loro tenue luce donando alla stanza un aspetto spettrale. La gente del paese era accorsa al capezzale della poveretta più per curiosità che per altro. Quelli che entravano nella stanza si facevano il segno della croce e mormoravano preghiere in tono dimesso, ma i loro occhi saettavano in ogni dove incuriositi.
Le pettegole erano arrivate a frotte solo per sbirciare la vecchia dimora a loro proibita. Il loro brusio si levava nei corridoi come un fastidioso sottofondo.
Il conte, alterato dalla poca comprensione che denotavano le comari, le aveva raggiunte sbraitando e gesticolando.
«Andatevene!» aveva tuonato con il suo vocione. «Lasciate che l’anima della mia povera bambina lasci la propria dimora in pace! Tornatevene alle vostre case e rispettate il nostro dolore» le aveva redarguite mentre si avvicinava a grandi passi al capezzale della morta.
Al cospetto della figlia era scoppiato in un pianto amaro.
Il viso era stato orrendamente sfigurato e le era stata strappata la lingua. Chiunque l’avesse ridotta in quel modo doveva volerle un gran male.
La servetta che l’aveva rinvenuta era scappata urlando. L’avevano trovata mentre vagava sul sentiero che portava al paese dopo un paio d’ore. Aveva gli occhi sbarrati e recitava il rosario in preda alla disperazione.
Il padre non riusciva a darsi pace per l’accaduto. La madre invece era corsa in chiesa a pregare certa che la scomparsa dell’amata figlia fosse da imputare al diavolo in persona.
Il corpo di Angelica era stato ricomposto e adagiato nel suo letto per la veglia funebre. Il viso era stato celato da un velo scuro e le sue membra devastate erano state coperte dal suo più bell’abito.
Accanto al letto erano stati accessi quattro enormi ceri che spandevano la loro tenue luce donando alla stanza un aspetto spettrale. La gente del paese era accorsa al capezzale della poveretta più per curiosità che per altro. Quelli che entravano nella stanza si facevano il segno della croce e mormoravano preghiere in tono dimesso, ma i loro occhi saettavano in ogni dove incuriositi.
Le pettegole erano arrivate a frotte solo per sbirciare la vecchia dimora a loro proibita. Il loro brusio si levava nei corridoi come un fastidioso sottofondo.
Il conte, alterato dalla poca comprensione che denotavano le comari, le aveva raggiunte sbraitando e gesticolando.
«Andatevene!» aveva tuonato con il suo vocione. «Lasciate che l’anima della mia povera bambina lasci la propria dimora in pace! Tornatevene alle vostre case e rispettate il nostro dolore» le aveva redarguite mentre si avvicinava a grandi passi al capezzale della morta.
Al cospetto della figlia era scoppiato in un pianto amaro.
La sera era scesa presto, ammantando il maniero con la sua scura coltre. Solo i ceri erano rimasti accesi e il silenzio era divenuto greve.
L’uomo era rimasto a vegliare il corpo da solo. La moglie, rientrata dalla chiesa sul far della notte, si era tenuta in disparte, piangendo le sue lacrime lontana dalla figlia. Ma allo scoccare della mezzanotte l’aria era stata squarciata da un urlo raccapricciante. L’anima di Angelica si era librata sopra al letto e aveva preso a gridare a squarciagola, facendo rabbrividire gli abitanti della magione.
L’uomo era rimasto a vegliare il corpo da solo. La moglie, rientrata dalla chiesa sul far della notte, si era tenuta in disparte, piangendo le sue lacrime lontana dalla figlia. Ma allo scoccare della mezzanotte l’aria era stata squarciata da un urlo raccapricciante. L’anima di Angelica si era librata sopra al letto e aveva preso a gridare a squarciagola, facendo rabbrividire gli abitanti della magione.
L’eterea presenza si era aggirata per la stanza volteggiando sospesa nell’etere. I lunghi capelli le mulinavano attorno al capo, mossi da una brezza invisibile, mentre la veste si gonfiava attorno alle sue carni in modo abnorme. Il bel viso era deturpato dalla rabbia che ne alterava i lineamenti. Le mani artigliavano il vuoto protendendosi verso il padre, nel tentativo di ghermirlo.«La mia prematura dipartita peserà sulla vostra coscienza come un macigno. Maledico il giorno in cui mi avete generata e maledico la vostra misera esistenza! Se non fosse stato per le vostre brame di potere io sarei ancora viva e invece il mio corpo martoriato giace su quel giaciglio e la mia anima sarà legata a questa casa per l’eternità. Voi mi avete consegnato a quel mostro e d’ora in avanti io vi tormenterò con la mia presenza senza darvi tregua, accompagnerò la vostra esistenza finché la morte non vi troverà e assisterò al vostro ultimo respiro con immenso piacere!» enunciò il fantasma avvicinandosi pericolosamente al conte. «Questo sarà il mio regalo di Natale per voi, padre».
La vecchia pendola batté il primo rintocco. Il signor Bonti alzò lo sguardo dal libro. Il fantasma era già svanito oltre l’uscio della biblioteca da parecchio. L’aveva invocato alcune volte, come al solito, ma lei era svanita in fretta.
«È Natale, mia bellissima Angelica, speravo nella vostra clemenza stasera. Magari che vi fermaste un po’ ad ascoltare questo vecchio in vena di confidenze» disse chiudendo il tomo.
L’urlo lo investì lasciandolo a bocca aperta. Un brivido di paura gli scese lungo la schiena mentre una corrente gelida s’insinuava nella stanza.
La dama apparve davanti al camino. I capelli erano scompigliati e la veste fluttuava nell’aria ghiacciata. Il suo bel volto era divenuto un ghigno malefico, le sue mani erano contratte e parevano pronte ad artigliarlo.
«È Natale, mia bellissima Angelica, speravo nella vostra clemenza stasera. Magari che vi fermaste un po’ ad ascoltare questo vecchio in vena di confidenze» disse chiudendo il tomo.
L’urlo lo investì lasciandolo a bocca aperta. Un brivido di paura gli scese lungo la schiena mentre una corrente gelida s’insinuava nella stanza.
La dama apparve davanti al camino. I capelli erano scompigliati e la veste fluttuava nell’aria ghiacciata. Il suo bel volto era divenuto un ghigno malefico, le sue mani erano contratte e parevano pronte ad artigliarlo.
In un attimo gli fu addosso. L’orrore si dipinse sul viso dell’uomo mentre il suo affaticato cuore batteva all’impazzata. La paura lo strinse nella sua feroce morsa e quando l’eterea presenza gli fu davanti strabuzzò gli occhi. Il sangue pompava furioso nelle sue vene, troppo veloce per quel corpo stanco e malato.
Fu questione di un attimo, il cuore fece le bizze e il suo respiro si fece rantolo prima e assente un attimo dopo.
Il corpo ormai senza vita si accasciò sulla poltrona come una vecchia coperta malandata.
La crudele risata di Angelica riecheggiò nella stanza e accompagnò l’ennesima dipartita.
«Buon Natale, signor Bonti» sibilò la dama svanendo nell’aria.
Il corpo ormai senza vita si accasciò sulla poltrona come una vecchia coperta malandata.
La crudele risata di Angelica riecheggiò nella stanza e accompagnò l’ennesima dipartita.
«Buon Natale, signor Bonti» sibilò la dama svanendo nell’aria.
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